THE MYSTERY OF THE SANTA MARIA
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v0.41.27 · doppiaggio · intro · audio · coerenza

La voce diceva dodici

William di spalle, seduto alla console del modulo comunicazioni: tre monitor verdi accesi sulla paratia grigia, la mano sui comandi, la stanza in penombra

Il gioco comincia con nove inquadrature della nave e la voce di William sopra. Si vede la Santa Maria un pezzo per volta mentre lui ne parla, e alla fine c’è il suo primo piano, senza niente sopra.

Quella voce l’avevamo registrata e montata la settimana scorsa. Ieri ne è arrivata una seconda versione, e il montaggio è stato rifatto da capo.

Sei secondi di pubblicità

Il file cominciava con un jingle. La sigla del servizio di post-produzione con cui l’audio era stato ripulito, di quelle che ti chiedono in cambio della versione gratuita.

Toglierlo è il lavoro di un minuto. A farci fermare è stato dove il programma di trascrizione crede che cominci il parlato: dentro la coda del jingle, un secondo prima. Chi si fida e taglia lì si porta in apertura di gioco l’ultima sillaba di un annuncio.

Non ci siamo cascati perché i punti di taglio a quel programma non li chiediamo. Li chiediamo a uno strumento più stupido, che di quello che sente non capisce niente e sa dire soltanto dove c’è suono e dove no. Il programma intelligente serve per le parole. Per sapere dove attaccano bisogna guardare il silenzio.

Undici volte diciassette

Nella prima registrazione William dice: dodici anni che tengo la Santa Maria.

Poi si comincia a giocare, e in undici punti diversi dice che sono diciassette. Al terminale dei log. Tre volte lungo il corridoio. Due in cabina, due in sala macchine, e poi alla sezione strutturale, all’archivio, all’airlock. Dorme in quella cuccetta da diciassette anni. Quel manometro non ha mai sbagliato una lettura in diciassette anni.

Il gioco si apriva smentendo undici battute che il giocatore avrebbe letto dopo, ed è rimasto così per quattro giorni. La frase da sola non ha niente che non va, suona giusta, e un numero che hai scritto tu non torni a ricontrollarlo.

La registrazione nuova dice diciassette. Nessuno l’aveva chiesta per questo.

Cambia anche il conto delle strutture della nave, da sessantuno paratie a trentotto compartimenti. Lì non si rompeva niente: quel numero non compare da nessun’altra parte, e «compartimenti» è la parola che usa anche l’ispezione quando scrive a William. E il monologo adesso chiude prima. Finiva con «È l’unica che ho», ora si ferma su «Questa è casa».

Dove va ogni frase

Il parlato non scorre sotto le immagini. È tagliato in nove pezzi, uno per inquadratura, e ognuno attacca un secondo dopo lo stacco.

Dove il testo nomina una cosa che si sta vedendo, la battuta va lì. La ruggine che buca la lamiera sullo scafo arrugginito. Il giunto che cede sui motori. «Non c’è nessun altro che sappia dove mettere le mani» mentre sbullona. «Li ho aperti tutti più di una volta, con la lista in mano» con le mani sul connettore.

Un’inquadratura è nera. Era rimasta libera per una scheda dei titoli, e adesso ci sta la frase più chiusa del monologo, quella in cui dice che qui fuori aspettare vuol dire soltanto trovarsela peggio. Sul nero non c’è niente da guardare, e quella frase non ha bisogno di aiuto.

Il testo nuovo si è sistemato meglio del vecchio. Le frasi sono più corte e ce n’è qualcuna in più: entrano nelle inquadrature senza doverle spezzare per farcele stare.

Il primo piano resta muto

L’ultima inquadratura è l’unica senza voce sopra, ed è una richiesta di Simone che non si tocca.

Otto secondi in faccia a un uomo che ha appena finito di dire che quella nave è casa sua, mentre gliela smontano intorno. Niente sopra. Poi arriva il segnale della trasmissione e comincia la partita.

Il prezzo è che i conti vanno rifatti a ogni rimontaggio: il parlato deve chiudere prima, con margine. Adesso l’ultima parola cade quasi cinque secondi prima che il suo viso compaia, due in più di quanto succedeva con la traccia precedente.

Quello che manca

Non l’abbiamo ascoltata.

Misurare i livelli è un’altra cosa. Sappiamo che la voce sta sopra la musica con lo stesso margine di prima, perché il volume della traccia nuova l’abbiamo portato apposta dov’era quello della vecchia. Se poi il parlato copra la musica, o ci si perda dentro in cuffia, lo dice un orecchio, e la parte audio in questo momento è in mano a Simone.

Manca anche la prova sul pacchetto vero con la cache svuotata, che è la condizione di chi apre il gioco per la prima volta. La settimana scorsa proprio quella prova aveva tirato fuori un difetto che dalla versione di sviluppo non si vedeva: la prima inquadratura durava tre secondi di troppo perché il computer stava ancora aprendo i nove video, e la battuta sulla ruggine partiva prima che comparisse lo scafo. Il rimedio è dentro ed è rimasto, ma la prova va rifatta lo stesso. Tocca alla rigiocata completa di questi giorni, prima della build.