Diciotto righe scritte a mano
Un tester ce l’ha detta senza girarci intorno: «non ha senso avere un inventario grafico se poi io ci clicco e l’unica cosa che fa è il rumore».
Aveva ragione. Cliccavi su un oggetto, partiva il suo suono, si accendeva la cornice della casella, e finiva lì: il gioco aspettava che scegliessi un verbo dalla griglia. Solo che chi clicca un oggetto non sta ancora componendo un comando. Sta chiedendo che cos’è quella roba che ha in mano. A quella domanda non rispondeva nessuno, e la risposta era già scritta per tutti e nove gli oggetti, ferma nel codice ad aspettare che qualcuno premesse il verbo giusto.
Adesso il click è un GUARDA. L’oggetto resta selezionato come prima, il verbo premuto dopo si applica a lui come prima, ma il gesto ha smesso di essere una mezza frase.
Il foglio
C’è un oggetto, in questa nave, che vale più di tutti gli altri messi insieme. Fino a ieri era il peggio trattato di tutti.
La lettera l’ha scritta l’uomo che aveva la Santa Maria prima di William, e non l’ha mai spedita: se la portava addosso per farla leggere a mano al ritorno. Millecinquecento caratteri, l’unica volta che quell’uomo parla senza che nessuno lo riporti.
Arrivava come una colata di testo nel pannello narrativo, nello stesso carattere a spaziatura fissa con cui la nave scrive i suoi messaggi di sistema. Diciotto righe scritte a mano, calligrafia regolare, inclinazione costante: così la descrive William guardandola. Poi il gioco te le mostrava come un registro di bordo.
Ora è un foglio. Carta chiara e un po’ ingiallita ai bordi, la piega verticale al centro e le due orizzontali che dividono la pagina in terzi, la fibra che si vede in controluce, una calligrafia inclinata, e in fondo una firma che non si legge. Le pieghe e il colore vengono dall’oggetto che si vede nell’inventario: quello è il foglio piegato in mano a William, questo è lo stesso foglio aperto.
Non è cambiata una parola. Cambia soltanto dove la leggi.

Il foglio scorre da solo, dalla prima riga all’ultima, a passo di lettura. Chi vuole rileggersi il terzo paragrafo prende il controllo con la rotella e lo scorrimento si ferma. Quello che non fa, di proposito, è comparire una lettera per volta come una macchina da scrivere: quella lettera è stata scritta ottanta e più anni fa, il gesto della scrittura è finito da un pezzo, ed è chi legge che arriva tardi.
La carta non è un disegno. Sono sfumature, una macchia di rumore generata al momento per la fibra, tre righe per le pieghe, due tracciati per la firma. La ragione è pratica: i testi del gioco sono ancora in revisione, e un foglio disegnato andrebbe rifatto a ogni parola che cambia. Così invece si riadatta da sé.
La voce che non c’è
Il foglio scorre a passo di lettura perché quel passo lo deve tenere una voce, e quella voce non è ancora stata registrata. Nessuna lo è, in questo gioco: il doppiaggio è la cosa grossa che ci aspetta.
Quindi la velocità di adesso è provvisoria per forza. Quando la registrazione ci sarà, sarà l’audio a dire quanto dura lo scorrimento, e non un numero deciso a tavolino. Nel frattempo abbiamo scelto tredici caratteri e mezzo al secondo, che è più o meno il ritmo di qualcuno che legge ad alta voce senza fretta, e ai tester chiediamo proprio quello: è troppo lento? Avete chiuso la lettera prima della fine?
Cinque slot erano rimasti da quando il gioco durava venti minuti
Gli slot di salvataggio sono passati da cinque a dieci, dentro una finestra alta il doppio. Non c’è molto da raccontare, ed è la modifica che si farà sentire più di tutte: cinque bastavano quando di gioco ce n’era mezz’ora.

Una nota per chi arriva dal pacchetto precedente: lo zero adesso è il decimo slot, e l’autosave si carica con la A.
La pagina che si toglieva da sola
Il settimo pacchetto di prova sta per partire, e da questa versione si apre su una pagina che elenca cosa è cambiato dall’ultima volta che i tester hanno avuto qualcosa da giocare. Fra quel pacchetto e questo ci sono cinquantotto versioni: un elenco riga per riga sarebbe un changelog, non una pagina, quindi c’è il riassunto e in fondo i nomi di chi ha segnalato le cose che abbiamo corretto.
C’è anche una data. Quella copia smette di funzionare il 6 agosto: dopo, si apre su una schermata che lo dice e non va oltre. Serve a evitare che fra sei mesi giri una versione di luglio spacciandosi per il gioco. I salvataggi restano dove sono.

Poi è successa la cosa che vale la pena raccontare. Il pacchetto Linux era passato da ogni controllo che abbiamo: quello automatico sul codice, la misura della pagina per essere sicuri che il testo non venisse tagliato, la prova della scadenza spostando l’orologio, il conteggio delle clip dell’intro dentro il pacchetto chiuso, l’installazione vera su una macchina Linux con il gioco che si avvia e non stampa un errore. Tutto verde.
Alla fine abbiamo guardato un fotogramma di quell’avvio, venticinque secondi dopo il lancio. Sullo schermo c’era la copertina del menu. La pagina appena scritta, quella con la data di scadenza, non c’era: era stata passata, e nessuno aveva toccato niente.
La pagina aspetta un tasto qualsiasi e non ha un timer, perché una pagina che dichiara una scadenza e poi si toglie da sola mentre la stai leggendo non l’ha dichiarata. Solo che l’ambiente grafico consegna un evento alla finestra nel momento in cui compare, e il gioco quell’evento lo prendeva per una risposta. Lo stesso vale per due modi in cui il gioco viene avviato per davvero: chi lo lancia da terminale premendo Invio, e chi fa doppio click sull’icona. Il secondo rilascio arriva alla finestra appena aperta.
Un secondo e due decimi di sordità, all’inizio, e il problema è chiuso. L’invito «premi un tasto» compare solo quando premere un tasto funziona davvero. La lezione resta scritta qui per non impararla una seconda volta: nessuno di quei controlli guardava quello che il giocatore vede. Guardavano se il pacchetto era fatto bene, che è un’altra domanda.
Nel frattempo
Il pacchetto è pronto e parte in questi giorni: installer e portable per
Windows, .deb, AppImage e archivio per Linux. Di tutto quello che c’è dentro,
la cosa su cui vogliamo sentire un parere è la lettera. Finora l’ha letta solo
chi l’ha montata, e non conta.